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Gabriele Muccino: quello che so sull’amore (e su Hollywood).

Gabriele Muccino: quello che so sull’amore (e su Hollywood).

Ci aspettavamo di assistere al film peggiore dell’anno. Pensavamo che, se la critica statunitense si era accanita tanto contro Gabriele Muccino e il suo nuovo film, “Playing for keeps” (“Giocare in ritirata”), evidentemente una ragione c’era.
Forse si trattava di un noioso film sul calcio. Magari gli attori coinvolti nel progetto (tutti di altissimo livello: Gerard Butler, Jessica Biel, Uma Thurman, Dennis Quaid e Catherine Zeta-Jones) avevano offerto davvero le peggiori interpretazioni delle loro carriere. Ci sbagliavamo. O meglio, era un’esagerazione parlarne così male.
Quello che so sull’amore” (titolo italiano nettamente migliore rispetto all’originale) non è niente di più di quello che voleva essere: vale a dire una commedia che parla di relazioni umane, di crisi personali e professionali, di partenze e saluti.
Racconta la storia di George Dryer, un ex calciatore scozzese (Butler, tra i produttori del film) che, separato da una moglie che ama ancora (Biel), cerca di ricostruire un rapporto col figlioletto incominciando ad allenare la sua squadra di calcio e attirando su di sé le attenzioni delle madri insoddisfatte che portano i figli alle partite.
La definizione più immediata è quella di commedia sentimentale, anche se il suo regista non è d’accordo.
“ Il film non è una commedia romantica perché, nell’accezione anglosassone, la commedia romantica è un sottogenere che non ha più la qualità che ha avuto negli anni Ottanta (pensiamo a “Harry ti presento Sally”, fino ad arrivare a “Notting Hill“). Quelle che loro chiamano commedie romantiche sono film come “27 volte in bianco”, che appartiene ad un tipo di cinema che non mi piace e non vedo. “
Il tipo di commedia che piace a Muccino non è quella a base di gag e battute, come ci ha dimostrato con i suoi film precedenti: da “Ecco fatto” a “Come te nessuno mai“, fino a “L’ultimo bacio“, “Ricordati di me” e “Baciami ancora“. Tra questi le incursioni a Hollywood con Will Smith (“La ricerca della felicità” e “Sette anime“).
Proprio “L’ultimo bacio” non era esattamente una commedia, anzi. Raccontava la crisi profonda di un uomo poco prima del matrimonio e la sua paura di crescere.
“ “L’ultimo bacio” era un ibrido. A me piace un tipo di cinema riflessivo e onesto, che viri verso il dramma. E dramma non significa tragedia, bensì indica un tipo di storia con momenti di verità toccanti, commoventi “.
A quanto pare gli americani non amano i film ibridi, come ha avuto modo di scoprire ben presto Muccino.
“ Non ci sono mai stati problemi durante la lavorazione del film. I problemi sono comparsi quando si è parlato della distribuzione. Anche “Sette anime” era un ibrido ed ebbe infatti le stesse difficoltà di quest’ultimo. La Sony non sapeva come classificarlo. Quando hanno un film ibrido non sanno come collocarlo. “Sette anime” fu pubblicizzato come un thriller (che non era), tanto che la critica americana, che si aspettava di vedere “7ven“, si ritrovò di fronte un ibrido. Il New York Times scrisse che il film era talmente brutto che i giapponesi avrebbero potuto farne un horror “.
Il film fa sorridere, strappa qualche risata. Non è il film migliore di Muccino ma si lascia guardare.
Sarebbe stato forse un film diverso, più malinconico e profondo, se i produttori gli avessero permesso di tenere alcune scene piuttosto toccanti (una delle quali coinvolgeva Uma Thurman in lacrime) nella versione definitiva del film? Secondo Muccino sì.
“ Quando il regista, in America, non è produttore del film (cosa che deve diventare se non ha un produttore che lo supporti e abbia voce in capitolo quando si tratta di difenderlo), può dover affrontare diversi problemi. Quando i produttori mi chiesero insistentemente di togliere alcune scene – prosegue – accettai di fare un primo screening con le loro modifiche con un pubblico selezionato che andò malissimo. Feci così un altro screening con la mia versione, che andò invece benissimo. Il problema era che c’erano due scene drammatiche con Uma Thurman che erano splendide e che, secondo me, davano ancora più spessore al film. Ma queste scene hanno creato una frizione. Lei che, seduta in bagno, dichiarava a Gerard Butler la sua infelicità di donna e moglie, non rientrava nei canoni di una storia romantica, per cui ho dovuto toglierla e, di conseguenza, ho dovuto girare delle scene aggiuntive che la sostituissero e rendessero il film tonalmente più omogeneo “.
Per di più l’uscita di “Quello che so sull’amore” in America non è stata fortunata.
“ I critici iniziano a valutare il film dal trailer. Il marketing in America e più importante del prodotto, come mi disse anche Will Smith. Il trailer del mio film era confuso, non si capiva che tipo di film fosse, il manifesto era brutto, il titolo era insignificante. Un disastro. È uscito nel weekend più debole dell’anno, quello prima delle vacanze di Natale, quando le donne vanno a fare shopping. Era l’unico film che usciva quel giorno, perciò non avevo competizione. La congiuntura di questi due elementi (la collocazione del film in un genere che non gli apparteneva e un weekend sbagliato) ha portato al risultato finale “.

Quello che so sull’amore” è nelle nostre sale dal 10 Gennaio.

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