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Nel segno di Bradley Cooper

Nel segno di Bradley Cooper

L’ascesa di Bradley Cooper è davvero inarrestabile!
Lo vedremo infatti a Maggio nel terzo capitolo del fortunato franchise “Una notte da Leoni”, con cui ritorna a far danni insieme al team di cui fa parte anche lo scatenato Zach Galifianakis, e ad Aprile nel film drammatico Come un tuono, in cui interpreta un ex poliziotto che se la vede con un motociclista (Ryan Gosling) che, pur di mantenere la sua famiglia, arriva a trasformarsi in un criminale. Nel cast, oltre a loro, anche Eva Mendes e Rose Byrne.
Nel frattempo possiamo gustarci una delle migliori interpretazioni della sua carriera ne “Il lato positivo: Silver Linings Playbook”, il film che gli ha regalato la sua prima nomination all’Oscar (ma quest’anno la sfida era davvero troppo ardua, con Daniel Day Lewis per Lincoln da una parte e Hugh Jackman per I miserabili dall’altra).
Continua infatti a tenere bene al box office la pellicola rivelazione dell’anno (quasi 100 mila euro in Italia e oltre 200 milioni di dollari nel mondo), diretta da David O. Russell, che di storie su famiglie particolari se ne intende (era suo anche lo strepitoso The Fighter, che permise a Christian Bale di vincere il suo primo Oscar).
David O. Russell sembra dunque portare bene ai suoi attori: Jennifer Lawrence ha infatti vinto, a 22 anni e per il ruolo della vedova ex ninfomane Tiffany con cui Pat (Bradley Cooper) instaura un rapporto forte e conflittuale, l’Oscar per la miglior attrice protagonista dopo la mancata vittoria di due anni fa per Un gelido inverno.

Silver Linings Playbook è un film intelligente e ben scritto (il regista ha lavorato alla sceneggiatura a partire da uno splendido romanzo, “L’orlo argenteo delle nuvole”, scritto da Matthew Quick e pubblicato in Italia da Salani. Anche dopo la visione del film vi suggeriamo di leggerlo, perché merita) ed è interpretato da un grande cast: oltre a Cooper e Lawrence spiccano le interpretazioni di due mostri di bravura come Robert De Niro e Jacki Weaver.
La storia, che racconta il faticoso ritorno di Pat, un uomo che soffre di bipolarismo, ad una vita normale, riesce a bilanciare bene i toni del dramma e della commedia, grazie a dialoghi e battute fulminanti e personaggi mai piatti.

“Non mi era mai stato offerto un ruolo così prima d’ora. Penso che il personaggio meritasse comunque quest’attenzione, a prescindere da chi l’avrebbe interpretato. Ogni anno, quando leggo delle sceneggiature, vedo dei personaggi e penso “Questo sarà uno dei più difficili da interpretare”. Pat lo è di sicuro e sono molto felice che il mio lavoro sia stato riconosciuto, anche perché Pat se lo merita. È un grande personaggio”.

Un ruolo impegnativo e gratificante per Cooper, che prima di questo salto al cinema d’autore (che rimane pur sempre mainstream), aveva sempre preso parte a progetti dal sapore più commerciale (Limitless, Una notte da Leoni, La verità è che non gli piaci abbastanza). Un ruolo che è sì drammatico, ma anche ricco di humour. E l’interprete di Una notte da leoni, decisamente navigato per quanto riguarda la capacità di recitare in maniera autentica, si è rivelato all’altezza della sfida.

“Il film inizia in modo molto bipolare proprio per come è stato girato, veloce e diretto – ci dice Cooper durante la tappa romana di presentazione della pellicola -. Poi, quando arriva Tiffany, il ritmo rallenta e il film inizia a cambiare. Si è trattato della decisione consapevole del regista di raccontare la storia dando un senso che fosse anche visivo. Niente che c’entrasse con la commedia o il dramma: era solo il modo in cui lui voleva raccontare la storia, che è autentica e reale. The fighter non era un film sulla lotta, ma un film sulla famiglia, così come questo non è un film sulla malattia mentale, bensì una storia su persone che cercano di sopravvivere date le circostanze, vale a dire la crisi economica del 2008, un momento in cui in molti hanno perso il lavoro. La vita cambia in continuazione, alcune persone muoiono ed altre hanno problemi con la società. Eravamo molto consapevoli di quanto avremmo dovuto impegnarci per bilanciare i cambiamenti di tono nel film e passare da uno all’altro con naturalezza. Non è stato affatto facile essere in grado di ridere, piangere e urlare nello stesso momento e, soprattutto, restando reali, senza dare l’impressione che stessimo recitando. Siamo stati fortunati perché siamo stati in grado di fare un bel film. Ma forse non è stata fortuna: è stato il fatto che abbiamo avuto un regista che è riuscito a far lavorare bene un cast come questo”.

Quando Pat torna a vivere coi genitori si accorge da subito che nessuno parla con lui della sua ex moglie, che l’ha lasciato e che lui ama ancora. Insomma, la vita va avanti e lui deve andare avanti. Ma tra la chiarezza di idee di chi lo circonda e il modo in cui lui si relaziona con la realtà c’è una bella differenza.

“Direi che ho imparato moltissimo da Pat, molto più di quanto pensavo. Il cervello di quest’uomo ha un modo diverso di processare le emozioni, tanto che non è in grado di lasciarle andare. Ecco la ragione per cui, a volte, resta paralizzato da quello che vive. Quando mi sono avvicinato al personaggio mi sono chiesto: posso capirlo? Certo che posso, effettivamente, è stata la risposta. Perché, in alcuni momenti della nostra vita, tutti noi possiamo sentirci così. Lui lo fa solo ad un livello più ampio. Ma a partire dal fatto che posso sentirlo vicino, ho capito che potevo renderlo umano. Ecco il motivo per cui il film funziona: molte persone vengono da noi dicendo che si vedono nei personaggi. Questi personaggi che, se ci parli per strada, pensi “è bipolare, non c’entra nulla con me”, ma che invece sono esattamente come tutti noi. Ecco cosa dice il film: ci dice che la malattia non va demonizzata, perché si tratta di esseri umani che dovremmo cercare di capire”.

Il lato positivo è uno dei piccoli gioielli che resteranno impressi di questa stagione cinematografica.

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