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Il Venditore di Medicine, la recensione

Il Venditore di Medicine, la recensione

Il Venditore di Medicine, la recensione

 

Ecco la prima di una delle tante recensioni che seguiranno,  rilasciateci da un nostro lettore amante del buon cinema, che l’altra sera si è recato alla Cineteca della sua città per non perdersi l’ultimo film  di Antonio Morabito intitolato Il Venditore di Medicine , ed assistere all’incontro successivo con il regista.

 

il venditore di medicine, la recensioneEcco le sue impressioni sulla pellicola :

Posto assegnato prima, tutto ok. Opto per la destra a lato. Subito dopo due giovani, lui con pochi capelli e occhiali neri, lei con un seno prorompente, mi si piazzano davanti, e lui, udite, appende la giacca nel suo posto, come si fa nella propria scrivania al lavoro. “Vivi e lascia vivere”, ripeteva spesso la mia ex. Alla mia sinistra a un uomo non ancora anziano  fulmina con il cellulare mentre tossiva come un mantice.

Ma passiamo al film che inizia maluccio, con un suicidio annunciato ma che ci coglie impreparati. Una piccola stonatura. Claudio Santamaria (Bruno) è un informatore medico di successo, che però la sua capo area (Isabella Ferrari) trasforma in un essere braccato, competitivo e febbrile. Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate: il film è spietato, teso, morboso. Morabito, con un occhio al film di accusa di Elio Petri (che lascia traccia in una scena) di Todo modo e con l’altro al DiCaprio di The Wolf of Wall Street, pennella “i venditori di medicine” e li paragona agli spietati squali che “giocano” in borsa.

E cosa ci vuole, cosa serve, per farsi avanti in un mondo così claustrofobico? Semplice: le stesse medicine (che però non vendi ma assumi), i tranquillanti e il sesso. Quest’ultimo diventa però un macigno se hai una moglie che desidera un erede e se tu hai in testa altro. Bruno, ormai inseguito dai dirigenti sopra la capo area, scioglie nella minestra due pillole di un potente anticoncezionale che mettono ko la speranzosa moglie. Ma in questo film manca la speranza: o perlomeno c’è, ma è un’arma che usano i capi, i potenti. “Vai, vendi anche intrugli che dopo ti promuovo”.

Bruno capisce di essere in crisi lavorativa e tra una trafila di mosse velenose, come vendere farmaci proibiti e poco conosciuti, infila la perla più scintillante: riuscire a vendere un farmaco oncologico ad un dottore-imprenditore di una clinica importantissima nel ramo. Il dottore è lo stronzo per antonomasia Marco Travaglio (epiteto voluto da lui stesso), scelto dal regista (che è anche sceneggiatore e soggettista) in un viaggio Milano-Roma con un suo collaboratore. Travaglio sembra incorruttibile, duro come e più di Santamaria. Ma, c’è un ma: ha bluffato e giocato forte, ha fregato qualche contendente, il tutto per ottenere favori verso l’ascesa all’empireo e il diavolo Bruno lo colpisce nel suo unico punto debole, agendo peggio delle spie peggiori e i peggiori criminali: lo ricatta, con lo stesso incartamento del bluff inscenato dal dottore.Nel frattempo Bruno vince anche la causa con un giovane medico, ancora puro e non imbrattato dallo sterco del diavolo: i soldi sporchi e facili. Si presenta a un bivio il venditore di medicine: la carriera, una vita complicata accanto alla moglie, che lo odia e in più vuole un figlio: cosa sceglierà di fare?

 

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Il film, a detta dello stesso Morabito, è sia un film di accusa che contemporaneo e naturalistico, preso dalla vita di tutti i giorni. “Quando giravo il film c’erano suicidi dei dirigenti alla Telecom France”, spiega così l’autogol iniziale. “È uscito in poche sale perché Federfarma e gli stessi dottori mi hanno ostracizzato, però nelle sale che è uscito ha successo.” Addirittura un importante ospedale gli ha negato il sito del set poco prima delle riprese.

Il film, girato a Bari, è un piccolo gioiello per chi ama il genere, doveva uscire a febbraio, “ma per una serie di cose usciamo ora.” Si intuiscono le lobby del farmaco, dipinte come accozzaglie di doppiogiochisti. Gli zii e i nonni di Morabito erano dottori, quindi il documentarista-regista ha avuto uno spunto facilitato.
Per chi non vuole solo divertirsi al cinema italiano e lasciandosi alle spalle pellicole stucchevoli americane, questo film è una panacea. Ti lascia senza fiato dalla prima all’ultima scena. Alla fine benedici il lavoro anche umile che svolgi.

Unico neo, ripreso nel dibattito finale: anche nelle cineteche c’è gente che usa il cellulare come una spada e la lingua come una lama. Per favore, spegnete il telefonino e non mettete il giaccone nel sedile di un altro…ma nemmeno nel retro del vostro: tenetevelo tra le ginocchia.

Ettore Bonato

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